Francesca, quando il viaggio vuol dire famiglia

Ho conosciuto Francesca in rete ed in realtà non abbiamo mai parlato tantissimo, però seguo il suo blog. Io che sono ignorante in geografia in maniera disarmante, attraverso il suo blog provo a scoprire il mondo, anche se il mio senso dell’orientamento è pari a meno mille. Grazie ad un suo articolo mi sono organizzata per il mio cammino di Santiago, ma di questo ve ne parlerò in un altro momento. Francesca è stata gentilissima, molto simpatica, quasi quasi diversa da quella che scorgevo attraverso il blog. Mi è sembrata molto più pazzerella. Questa piacevole sorpresa ha fatto sì che continuassi ad interagire con lei anche dopo l’intervista, è stato bello scoprire nella rete una nuova persona con cui condividere pensieri ed opinioni. Benvenuti nel mondo di Francesca.

Cosa hai provato quando hai scoperto che saresti diventata mamma? Sorpresa e incredulità: guardavo quel test e mi ripetevo: “Sta succedendo davvero”. Per una serie di problemi fisici mi avevano infatti preparata ad aspettare a lungo la gravidanza e invece il piccolo miracolo si è compiuto.

Francesca, tuttavia, ha dovuto aspettare un po’ prima di poter abbracciare il suo cucciolo, infatti mi dice:- Purtroppo ho potuto prendere in braccio mio figlio parecchie ore dopo il parto e questa se ci ripenso è una cosa che ancora mi fa star male. A causa di alcune complicazioni, infatti, non ho potuto stare subito con lui, mentre invece nei miei sogni c’era quella dolcezza in cui il bimbo viene appoggiato sul seno della sua mamma non appena venuto alla luce.

Le prime emozioni e soprattutto le prime emozioni mancate sono qualcosa di latente che resta sempre nel cuore di una mamma, bisogna lavorarci molto su, ma qualcosa rimane sempre. Allo stesso modo in cui ci sono delle parole che una mamma vorrebbe sentirsi dire, ad esempio che sta andando tutto bene.

Per Francesca i primi giorni da mamma non sono stati molto semplici, in lei  affiorano ricordi dolorosi legati al dopo parto. Fra tutti c’è questo che le fa ancora male, lascio la parola a Francesca:- Uno su tutti io con la febbre di notte che venivo “sgridata” da due medici del turno successivo perché, a causa di una mia sospetta allergia agli antibiotici, non potevano darmi nessun farmaco. Loro erano certamente spaventati dalle mie condizioni di salute, io però lo ero più di loro, e rinfacciarmi di non aver fatto i test allergici “per tempo” quando avevo appena partorito con una serie di complicazioni… Beh, l’avrei evitato volentieri.

Purtroppo non tutti i medici hanno la sensibilità o forse per loro delle cose sono così scontate, ma per noi mamme no. Per noi mamme a volte, in quel momento, anche il proprio nome da ricordare può essere un’impresa titanica. Una mamma che poi ha sofferto, che ha provato un dolore, ed è ancora provata, avrebbe bisogno solo di coccole e abbracci.

Per Francesca la parola mamma equivale a follia, perché come afferma la stessa Francesca ogni mamma è un po’ folle a pensare che potrà davvero farcela a crescere un cosino che ha bisogno di lei in tutto e per tutto. E invece…

Francesca è molto tenera nel raccontare di aver paura di  non esserci per il suo piccolo quando ne avrà bisogno.

Teme anche di rivedere in lui tratti del suo carattere che in se stessa non riesce a sopportare. Nel suo cuore, però, lei spera che il suo piccolo sia un bimbo felice.

 

E’ dolcissima quando mi dice che raccontandosi le vengono innanzi agli occhi delle immagini: coccole, lettone, fiaba della buona notte.

Francesca,inoltre, ha vissuto alcuni timori, il suo bimbo ha dovuto fare dei controlli neuropsichiatrici per i primi sei mesi dopo la nascita e ci sono stati momenti molto difficili per lei.  Francesca è riuscita a gestire le sue emozioni scrivendo e viaggiando. Per lei viaggiare significa:-

Essere me stessa e essere felice. Forse perché sono felice in viaggio.

Il suo entusiasmo trabocca quando mi dice che il suo primo viaggio con il piccolo è stata una vittoria, perché ripercorrendo le sue parole, stavamo facendo insieme qualcosa che in molti ci avevano detto “non avremmo più potuto fare”.

Lei consiglia alle mamme di viaggiare, magari in maniera graduale, ma lascio ancora una volta a lei la parola:-

Io direi di partire, magari scegliendo all’inizio mete “più facili” così da gestire al meglio le proprie paure ma di non rinunciare a questa parte di sé. Le direi che le paure sono normali, che fanno parte della maternità, ma di non scoraggiarsi. In questo la complicità con il  marito è tutto. Loro sono una squadra, tanto diversi quanto ben assortiti, e questo è fondamentale nella genitorialità quanto nel resto.

Perciò mamme condividete con i vostri compagni di vita le vostre passioni, siate complici e la vita sarà più bella. Alla prossima!

 

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Ma che te ne fai di Carrie Bradshaw quando c’è Silvia!

Silvia è una delle blogger che ritengo amica, l’ho conosciuta lo scorso anno, il suo modo di scrivere è davvero disarmante, ironico, irriverente, ma fondamentalmente tenero. In ogni parola di Silvia si può riscontrare la sua grande umanità e soprattutto la sua grande sensibilità. Io la stimo molto e mentre lei sogna Carrie Brandshaw io sogno di conoscerla, benvenute nel mondo di Silvia.

Il pudore delle emozioni di Silvia che si nasconde dietro la sua grande ironia, possiamo ritrovarlo fin dalla prima domanda. Cosa hai provato quando hai scoperto che saresti diventata mamma?
Felicità e terrore! Un senso di ineluttabilità, di fine ed inizio. Fine nel senso che pensavo:-“Ormai è fatta! Sono fottuta! Inizio, perché, presagivo l’inizio di avventure bellissime.

 Silvia è sempre sorridente, ha la battuta pronta, lei dice che è uno stile di vita, io penso sia la grande intelligenza che ti permette di andare oltre gli affanni della vita.  Silvia è una persona sensibilmente pragmatica, perché riesce a parlare delle cose più intime con una tale scioltezza, da fare invidia ad un branco di uomini seduti in un pub. La parola mamma per lei significa:- Una gioiosa fatica. Il mestiere che voglio mettere al di sopra di ogni altro. Gnomi che scorrazzano per casa. Paura del tempo che passa.

Ma come ogni donna dal cuore grande, anche Silvia ha accusato il giudizio delle mamme e anche lei avrebbe voluto sentirsi dire di non ascoltare troppo gli altri e di fidarsi solo di se stessa. Silvia ha fatto memoria di questa sua sensazione e forse il motivo per cui ha aperto il blog è proprio questo, li ci trovate lei, le sue emozioni e la sua sensibilità. La sua vita passata e presente. Lei sprona le mamme a credere in se stesse. E ora si sente realizzata quando i suoi post aiutano qualcuno a ridere, a piangere o a sentirsi meglio. Forse è questo che la rende vicina a me, la sua umanità, anche lei cerca di sostenere le donne, un po’ come me. Io la vorrei come vicina di casa, voi no? Dice anche che forse una sua cognata ha tentato di sostenerla, ma in genere lei si sentiva una poveretta incapace a cui tutti davano consigli contrastanti . Questo la dice lunga sulla fragilità delle neo mamme e questo suo racconto mi riporta alla mia esperienza. Scusate la digressione, ma queste parole mi riportano a quattro anni e mezzo fa, quando tutti erano in grado di crescere Maya, tranne me che l’avevo messa al mondo. Come ho detto a Silvia, non c’è donna forte, psicologa, o wonderwoman che tenga, quando si diventa mamme si è fragili e gli altri dovrebbero essere più sensibili.

Fra i suoi primi ricordi c’è  Rebecca che strilla arrabbiatissima e io che la guardo e piango di gioia. Le sue paure le ritiene  molto banali, ma in fondo sono quelle che spaventano un po’ tutte le mamme. La paura che succeda qualcosa ai nostri figli è una delle più ataviche che esistano. La sua speranza, tuttavia, è la capacità di restare sereni di fronte a tutto e nonostante tutto. In alcuni periodi vorrebbe riuscire a trasmettere serenità a tutta la famiglia e non riuscendoci si odia. Silvia dovrebbe forse accettare i limiti dell’ essere umano, ma resta una gran donna. Ha un forte senso del dovere e fondamentalmente desidera stare con la sua famiglia, anche quando ci sono degli impegni improrogabili, mi dice, infatti:-Vorrei prendermi più tempo per famiglia e bimbi, essere più serena e rilassata, non dover correre e guardare sempre l’ora, ma potermi sedere con loro per terra, poterli osservare meglio mentre crescono Vorrei potermi soffermare nei momenti e nei dettagli. 

Silvia, un po’ come tutte le mamme che hanno avuto dei parti d’urgenza vorrebbe dedicare alla sua famiglia tutto il suo tempo, è una caratteristica che accomuna tutte le donne che si sono trovate all’improvviso in uno stato di emergenza. Questo non significa che chi ha avuto un parto normale non voglia la famiglia, ma chi ha rischiato, chi ha sofferto, dentro ha una sorta di morsa, una clessidra che scandisce i secondi in maniera corrosiva, dove la sabbia sembra una roccia e dove ogni momento è vissuto come l’ultimo. Silvia non nega che se riuscisse ad avere un altro figlio starebbe a casa di più, rinuncerebbe a dei guadagni. Questo il grande spessore di Silvia e questa la grande contraddizione del nostro mondo, che sempre più ci richiede sei sacrifici. Silvia è proprio da ammirare, lei si ritiene una fifona, io la ritengo una donna dalla grande umanità. Alla prossima!
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Il sonno dei piccoli, dal ritmo sonno veglia all’angoscia di separazione

Il ciclo sonno veglia dei nostri piccoli è uno dei fattori più destabilizzanti per i neo genitori. Una delle domande tipiche di chi sta per avere un bimbo, infatti, è: -Dormirà tutta la notte? Questo perché dai racconti di amici e parenti arrivano due correnti di pensiero. Ci sono quelli che dicono che il loro piccolo ha dormito tutta la notte fin da subito e quelli che invece terrorizzano i neo genitori con racconti di notti insonni. Il ciclo sonno-veglia si determina in due archi temporali fondamentali della vita dei bambini. Il primo è l’acquisizione del ritmo luce-buio che avviene tra i tre e i quattro mesi. Il secondo e ancora più importante è l’angoscia da separazione che si verifica tra gli otto e i nove mesi. Questi due stadi sono molto importanti per lo sviluppo neurologico dei nostri piccoli. Mamma e papà giocano un ruolo fondamentale nell’acquisizione di questi due momenti che sono delicati e richiedono molta pazienza. Cari genitori dovete ricordare che i piccoli sono stati quarantuno settimane in un limbo, dove non c’era differenza di luce, per cui il vostro bambino, pur avendo sviluppato un suo ciclo sonno-veglia , questo è contrario al vostro. Mamma, nel grembo il piccolo dorme di giorno cullato dai tuoi movimenti ed è sveglio di notte quando provate a riposare. Ecco spiegato il perché la notte senti maggiormente i suoi movimenti. Dovrai essere tu, insieme al papà il ciclo sonno-veglia e luce-buio del tuo piccolino. Affinché questi due stadi siano attraversati serenamente, è necessario che tu e il papà abbiate molta pazienza e attenzione. Soprattutto perché, come vi ho specificato prima, i vostri ritmi sono totalmente diversi da quelli del  bambino. Dovete sapere, inoltre, che durante il primo anno di vita il  piccolo avrà bisogno di un contatto frequente con te. Necessita di una prossimità fisica affinché, può crescere più sicuro. Tranquilli mamma e papà, questo non significa che i bambini debbano necessariamente dormire con voi nello stesso letto, soprattutto, quando non ci sono le fattibilità. Ad esempio se siete soggetti a turni. Ciò che è importante è la presenza emotiva e il contatto può essere rappresentato tranquillamente dalle carezze. Ad esempio Maya si è sempre addormentata con le carezze e grazie a questo sono riuscita a regolare il suo ciclo sonno veglia ben presto.

L’angoscia da separazione è la paura del  piccolo di essere abbandonato. Questa sorge intorno all’ottavo mese di vita ed è   strettamente collegata alla seconda fase dello sviluppo del ciclo del sonno del piccolo. E ‘più facile quindi intorno all’età di otto mesi che il piccolo si svegli più frequentemente o addirittura abbia difficoltà di addormentamento.   L’intensità con cui si manifesta l’angoscia da separazione dipende da due fattori fondamentali, il primo è il carattere del piccolo, sul quale mamma e papà si può lavorare e la seconda sei tu mamma. Devi riuscire a comprendere che insegnare l’indipendenza al tuo piccolo non significa perderlo, ma crescere un figlio sicuro. La tua ansia è fra i fattori che possono influenzare l’angoscia da separazione, ciò può incidere sulla capacità di indipendenza del tuo bambino. Un fattore positivo può essere la tua capacità di coccolare e essere presente. Inoltre fondamentale è che ti mostri serena si diffonde ai disagi del tuo piccolo.

L’angoscia di separazione è un sentimento che può rivolgersi anche al papà, soprattutto quando il papà si è preso cura del piccolo ogni giorno, magari dandogli il biberon, oppure facendogli il bagnetto. Ragion per cui mamma e papà dovete far sentire la tua presenza e il tuo amore al bambino, trascorrendo del tempo con lui ma anche carezzandolo, baciandolo, stringendolo a te. Il contatto fisico è fondamentale per rassicurare e consolare il tuo piccolo.

Un altro elemento importante è lasciare al bimbo un giocattolo o qualcosa che possa servirgli come sostituto quando non ci sarete,sarebbe ancora meglio se fosse qualcosa che avrete toccato e che quindi avrà il vostro odore, perché in questo modo il piccolo si sentirà meno solo. Come potete vedere le strategie ci sono, ma più di tutto ciò che è importante è la pazienza! Alla prossima!

 

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Chiara, tutte hanno allattato tranne me

Oggi prende il via la rubrica “Io non ho allattato, storie di mamme perbene”. La protagonista di questa settimana è Chiara. Ho conosciuto Chiara grazie alla rete, ha risposto ad uno dei miei numerosi inviti riguardo il mancato allattamento. Ciò che mi ha colpito fin da subito di Chiara è stato il carico emotivo che ancora porta con sé per questa sua esperienza. Chiara, infatti, esordisce con: – Ciao! Ma è una specie di intervista? Che vuoi che faccia? Io sono disponibile, ho taciuto troppo la mia storia e ancora non ne parlo troppo.

Alle sue parole, mi rendo conto che la voglia di raccontare il suo dolore è tanta e quindi iniziamo, benvenuti nel mondo di Chiara.

Chiara ha una bambina di sei anni, ha allattato per un mese scarso e poi ha abbandonato, perché il dolore era molto.  La stessa Chiara afferma:

Mi sembrava di impazzire dal dolore.

Chiedo a Chiara di parlarmi del suo stato d’animo rispetto a questa decisione, perché sento che ha bisogno di raccontarsi e lei mi dice:-“Per questa scelta mi sentivo sollevata in parte, per non dover più soffrire, ma per la parte restante (quella più importante ed ingombrante) inadeguata e meno mamma di altre, quasi di serie B.

Mi sentivo in colpa per non essere in grado di allattare mia figlia.

Ecco questa è la sensazione che provano le mamme che non sono riuscite ad allattare, si sentono inferiori e la causa siamo noi. Si, proprio così, siamo noi mamme che ci sentiamo sempre il diritto di parlare, di discriminare e soprattutto di giudicare! Le chiedo se ha confidato questi suoi sentimenti e questo suo malessere a qualcuno, magari al marito. Mi dice che più o meno ha parlato con il marito e che questi era presente e vedeva la sua sofferenza.

Il marito di Chiara l’ha sostenuta  nella scelta di passare al latte artificiale,  l’ ha aiutata e l’ha compresa. Chiediamoci allora perché nonostante una scelta difficile e sofferta e nonostante l’appoggio del marito, Chiara si senta mamma di serie B.

Chiedo a Chiara chi l’abbia fatta sentire in colpa. La sua risposta è disarmante. Mi risponde che oltre alle  altre mamme, lei si è sentita accusata anche dalle consulenti della “leche league” a cui si è  rivolta come consulenza per cercare di venir fuori dalla situazione.

Diciamo che sin dal primo attacco in ospedale ho avuto le ragadi e mia figlia beveva latte e sangue. Sono andata avanti con le medicazioni e tutta la trafila da fare, metti la garza, lava, allatta, rimetti la garza senza peraltro grossi risultati in termini di guarigione. Questo fino a dopo Natale (mia figlia è nata il 14 dicembre) quando ho smesso di allattare da una parte per far guarire le ragadi e ho allattato per più di una settimana da una parte solo. Dopo Natale decido di chiamare una consulente leche leauge di zona che mi ascolta e mi da qualche consiglio,  verifica l’attacco al seno che era giusto. Però io continuavo a sentire dolore,  appena si attaccava un dolore atroce ed acuto che partiva dal retro del capezzolo fino alla punta dei piedi e si attenuava un po’ solo dopo che la bimba si era ben attaccata.Tra l’altro mia figlia aveva difficoltà ad attaccarsi (ho scoperto solo da poco la causa che era una bocca e un palato molto piccolo)quindi a volte si attaccava e staccava diverse volte e io ero tesissima e irrigidita. E più ero tesa e più dolore sentivo e meno si attaccava, perché percepiva la mia tensione. Tutto questo lo racconto con il senno di poi, ovviamente, in quella situazione di ormoni sottosopra e inadeguatezza del ruolo di mamma al primo figlio non è che razionalizzavo molto. Stavo malissimo, vivevo in perenne stato di agitazione e ansia al solo pensiero che ogni 2/3 ore avrei dovuto di nuovo affrontare quel dolore.

Mi sono rivolta tra Natale e Capodanno alle consulenti che mi hanno un po’ aiutata, rassicurata, guidata nell’attacco, ma non mi hanno saputo spiegare l’origine di quel dolore che provavo anche perché anche loro hanno constato che l’attacco era giusto.

Io avevo pure letto tanto  durante la gravidanza, mi ero documentata, avevo il libro del leche leauge, ero nei forum per i confronti con altre mamme e neo mamme, ma non ho trovato da nessuna parte scritto che l’allattamento era doloroso. Anzi si diceva sempre il contrario e che passati i primi 30/45 giorni andava tutto a posto, ma io non ce l’ho fatta ad arrivare ai 30 giorni. Ho ceduto all’improvviso una mattina.

Ho lasciato parlare Chiara per farvi rendere conto di quanto possa fare male il sentirsi a disagio, il sentirsi una madre che non sa crescere il proprio bambino.

Mi sono sentita  molto inadeguata, diversa dalla altre che non hanno avuto alcuna difficoltà, o che hanno resistito al dolore e sono andate avanti, sicuramente inferiore.

Chiedo a Chiara se avesse raccontato questo suo dolore alle consulenti e lei mi risponde:- Sì, sì, glielo ho detto, ma loro mi hanno incoraggiato a non smettere, a stringere i denti e continuare, che si sarebbe risolto senza però darmi una spiegazione di quel dolore, o trovare una soluzione che mi avrebbe consentito di soffrire di meno. Con una spiegazione io mi sarei sentita meno incapace.

Ciò che Chiara avrebbe voluto sentirsi dire era semplicemente:- Sei una buona madre. Cerco allora seppur in ritardo di dirle che lei non era un incapace e che ogni donna ha la sua soglia del dolore. Le dico:-Hai mai pensato che se una cosa ti crea dolore sia giusto smettere? E soprattutto che essere madre non significa essere martire?

Questa frase la dico spesso alle mamme che vengono in studio con le lacrime agli occhi perchè si sentono incapaci. Mamme ogni una di voi fa quel che può, non usate le altre mamme come termine di paragone. Non pensate che perchè una mamma ha sopportato il dolore dobbiate farlo anche voi e soprattutto ricordatevi che spesso le mamme mentono perché temono di essere giudicate. Sarebbe bello invece che ogni mamma raccontasse delle sue difficoltà. Chiara, tuttavia, ha incontrato nel suo cammino una gran donna, la sua pediatra, Chiara mi dice:- E’ solo grazie ad una frase della pediatra che mi sono sentita sollevata veramente. La mattina in cui ho deciso drasticamente di smettere, sono andata dalla pediatra per un controllo e le ho detto che volevo smettere perché avevo troppo dolore che non passava. Lei mi ha detto:- Meglio una madre serena che non allatta che una esaurita che allatta. Frase per me miliare che mi ha aiutato tantissimo.

Quando l’ho riferito alle consulenti della leche league mi hanno riso in faccia, sconvolte dalla frase della pediatra.

A questo punto una digressione è dovuta, per quanto sia importante il latte materno, la stabilità emotiva ed affettiva di una madre dovrebbe spingere tutti noi a comprendere quando sia il momento di smettere. A volte si ha la sensazione che essere mamme significhi immolarsi per una giusta causa. Non è così, perché, i bambini risentono fortemente dell’umore, delle ansie e di tutto ciò che una madre ha nel cuore e nella mente. Sarebbe il momento di dire che ci sono difficoltà nell’allattamento, che non per tutte è uguale e soprattutto che soffrire non significa volere più bene al proprio figlio. L’allattamento al seno sta prendendo una brutta piega, da momento intimo sta diventando ostentazione, quasi come se chi allattasse fosse migliore. Sta passando un messaggio molto pericoloso, quello secondo cui le mamme sono nate per allattare, che se allattare significa soffrire sia giusto e soprattutto che se non sopporti il dolore sei tu ad essere sbagliata.

Voglio dire a Chiara e a tutte le mamme che qualsiasi sia la vostra scelta siate serene, perché la vostra serenità e il vostro amore renderà i vostri figli sicuri, non la sofferenza.

Come la stessa Chiara mi dice:- Tutte le donne hanno allattato felici come in un quadro del Rinascimento, perché io non dovrei farcela?

Come potete vedere, care mamme, questa ondata sull’allattamento a tutti i costi sta facendo molti danni. Allattare è importante e nessuno lo nega, ma comprendere chi non ce la fa è altrettanto importante. Come la stessa Chiara dice:- Sono proprio le donne che mi hanno fatto sentire di serie B, o incapace, o poco mamma. Io non ho parlato del mio non allattamento per anni, solo da poco, dopo più di 5 anni ne sto parlando in varie sedi.

Le chiedo a chi lo stia raccontando e lei mi dice:- Non è stato facile, l’ho raccontato alla mia terapista da cui sto andando da novembre circa e poi commento ed intervengo nei gruppi in rete che scrivono di allattamento.

Chiedo a Chiara se vuole dire qualcosa alle mamme che si trovano in questo momento nella situazione in cui si è trovata lei, le parole di Chiara sono dure ma vere. Mamme imprimete le parole di Chiara nel vostro cuore, perché è importante che la vostra serenità sia tutelata.

Io la sosterrei a seguire il suo istinto, senza sentirsi diversa o inferiore. Non è obbligatorio allattare e l’amore, la vicinanza, la prossimità e la cura per tuo figlio neonato passano anche verso altri canali e altre forme non solo ed esclusivamente con l’allattamento. Ma il punto è che nel post partum la lucidità manca, non si riesce ad essere lucide, distaccate e razionali. Si vive ogni secondo sotto pressione, dall’esterno e da noi stessi. Sotto pressione nel senso che tutto quello che facciamo o che ci dicono di dover fare è per il bene del neonato. Noi come persone non veniamo considerate, la nostra serenità viene messa in secondo piano rispetto al neonato. Noi lo facciamo inconsciamente e in più anche dall’esterno. Perché in nessun libro, in nessun incontro, mi è stato detto che allattare è difficile, può essere faticoso,  può essere frustrante e stressante. Questo nessuno te lo dice, almeno a me non lo hanno detto. Passa solo l’immagine idilliaca che allattare è bello, facile, economico, un dono d’amore.

Io solo adesso mi sto liberando da questo fardello con cui convivevo da un po’ di anni. 

Chiara si scusa per essersi dilungata e dice che la colpa non è tutta delle consulenti per l’allattamento. Però ci tiene a sottolineare che lei nonostante avesse studiato, non ha trovato in nessun luogo, libro o consulente qualcuno che le dicesse che allattare non è il mondo fatato che tutti dicono. Questo forse è il limite di molti, il non ammettere che allattare per quanto bello, per alcune mamme possa essere dannatamente sofferente. Come dice la stessa Chiara:- Io non ero in grado di capire, sapevo Solo che dovevo allattare e che il latte artificiale era il male assoluto da evitare. Nonostante tutto lo studio e le letture, sono arrivata al dunque totalmente impreparata. La bellezza di Chiara sta nella sua voglia di aiutare le altre mamme, lei nonostante questo grande dolore, anzi oserei dire forse proprio grazie a questo grande dolore, cerca di informare e sostenere le mamme che allattano o che fanno questa scelta durante la gravidanza.

Sarebbe, inoltre, opportuno che una consulente dell’allattamento fosse preparata anche a comprendere quando il bene di una mamma  in alcuni casi dovrebbe precedere la bontà dell’allattamento al seno. Certo non conosciamo tutte le consulenti del mondo, ma quello che sta passando è questo rischioso messaggio che se non allatti è colpa tua.

La stessa Chiara dice: –  In effetti le consulenti posso dire che mi hanno sostenuto, ma solo in un senso, perché per loro non è consentito non allattare. 

Non è così cara mamma, la colpa non è da nessuna parte, ci sono solo delle individualità da accettare, delle sensibilità da conoscere e una comprensione da attuare. Viviamo in un mondo che alimenta i sensi di colpa e le inadeguatezze. Ed io care mamme con questi racconti voglio permettere a voi di sentirvi serene, perché:

Il punto non è allattare o non allattare, il punto è lasciare la libertà di parola. Alla prossima! 

 

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Francesco mote lo spiego a papà

Oggi vi porto nel mondo di Francesco, meglio conosciuto come Mo te lo spiego a papà! Si proprio lui, il blogger giornalista napoletano che ha avuto la gentilezza di rispondere a qualche domanda. Francesco ha 44 anni ed è papà di due maschietti, uno ha  10 anni e l’altro 8.

Benvenuti nel mondo di Francesco

Cosa hai provato quando hai scoperto che saresti diventato papà? Ero felice, ma non consapevole, sai quando sei il papà non riesci a sentire le emozioni come le mamme, loro vivono la gravidanza anche fisicamente, tu diventi  consapevole dopo. La tua è una gioia partecipata ma limitata.  La vera gioa la provi quando nasce, quando lo vedi e lo vivi. Ed, infatti, Francesco mi dice che quando ha preso in braccio il suo bambino per la prima volta ha provato una forte emozione, molto intensa, perché il senso di protezione era forte. In quel momento in Francesco è sorto l’istinto primordiale di tutti noi genitori, quello della protezione. Egli afferma:- Sentivo di doverlo proteggerlo, dal mondo, dai rumori, da qualsiasi cosa potesse accadere. Sai la gravidanza è stata tranquilla ma dopo un lungo travaglio mio figlio è nato con cesareo perché non riusciva ad uscire. Quello che colpisce di Francesco è l’onestà affettiva e la grande sensibilità nei confronti del mondo genitoriale e all’apprensione che hanno tutti i neo genitori. E’ il primo papà a sottolineare l’importanza di accogliere e sostenere i genitori, di dare loro la speranza e non i consigli non richiesti. Francesco, sottolinea molto questo aspetto tipico delle persone che sono intorno ai neo genitori, dell’invadenza e della mancanza di attenzione che si ha nei loro confronti.  Anche Francesco ha ricevuto  le classiche frasi che si dicono, frasi del tipo hai perso la tua libertà, non potrai fare questo o quello. Francesco, invece, avrebbe voluto, come è giusto che fosse, ricevere il sostegno per questa meravigliosa avventura quale l’esser genitori, che però spaventa e fa sentire disarmati. La carica emotiva di Francesco è tale per cui lo lascio parlare e lui mi investe di tutta quella affettività ed emozione ti pica di chi ha dei ricordi molto vivi. Egli afferma:- Mi hanno dato fastidio queste frasi, perché nessuno mi incoraggiava.  Si tende a spaventare il neo genitore, non lo si incoraggia, nessuno ti dice che poi passerà, che sono momenti. Che tutto quello che ti accade anche se è molto forte ed ha un carico emotivo pesante, poi passa. Ti faccio un esempio, mio figlio non dormiva, piangeva e noi non sapevamo cosa fare, nessuno ha accolto la nostra esperienza, nessuno ci ha detto che questi momenti intensi sarebbero passati. Come sai, il primo periodo è un periodo molto di cura, allattamento, alzate di notte e il circondario. Francesco è anche il primo papà che ammette quanto a volte le mamme, consciamente o inconsciamente, pensano che i papà non siano in grado di crescere ed accudire i propri piccoli. Mi dice che velatamente anche la madre si pone in quella modalità del tipo tu non lo sai fare! Togliti che faccio io! Francesco, invece, ci tiene a sottolineare che invece ha cambiato pannolini e dato il biberon al figlio. Arrivati al  5 mese la moglie di Francesco non ha più allattato, è tornata a lavoro. Un altro aspetto che Francesco sottolinea è che sebbene i tempi siano cambiati e in un certo senso lo sia anche l’istinto materno, mi dice:-C’è da dire una cosa, l’istinto materno si è molto attenuato, l’ho appreso guardando mia moglie, ma anche in generale, tuttavia, permane questa cosa che solo le donne sanno cosa fare. Non è così. Io nasco come educatore di strada, ho una laurea in lettere e poi ho fatto un corso, ho lavorato nelle comunità. Paradossalmente questa cosa è stata controproducente, quando è nato mio figlio. La relazione era molto basata sull’affetto, sul fatto che fosse tuo. Quando tu lavori con i bambini, per quanto gli puoi voler bene c’è sempre il distacco del professionista, quindi avevo delle grandi difficoltà relazionali i primi tempi. Soprattutto riguardo le emozioni, ad esempio il fatto che la mattina sei felice di svegliarti con lui, ma la sera lo vorresti sbattere a terra perché sei stanco. Questa sensazione ti destabilizza. Quando noi siamo tornati dall’ospedale avevo la sensazione di doverlo proteggere ad esempio dal caos del mondo, in casa cercavamo di parlare a voce bassa, di proteggere il bambino e ci trovavamo spesso in questa condizione di disagio tra la tranquillità di casa e il chiassoso mondo esterno.

Mi sono ritrovata molto nelle parole di Francesco,  la tua professione se a volte ti è di grande aiuto, in altri ti destabilizza, perché, c’è la consapevolezza dei bisogni di tuo figlio, ma è imperante anche la tua stanchezza, fisica ed emotiva.

Francesco dice una cosa molto vera, quanto lo stile educativo di ogni genitore si scontra con quello dell’altro e con tutti gli stili educativi degli adulti con cui i nostri figli si relazionano lungo il loro percorso di crescita. Francesco afferma:-I genitori devono imparare che la voglia di educare i bambini seguendo solo il loro metodo è una fantasia, i genitori sono solo una parte dell’esperienza educativa dei propri figli, poi c’è la scuola, ci sono gli altri bambini, gli altri adulti ed ogni uno di loro ha un proprio stile. Bisogna imparare a mitigare questa fantasia educativa con quella che è invece la realtà esterna.

E’ dannatamente vera questa situazione, quante volte i genitori devono scontrarsi con le opinioni altrui e quante volte non si ha la capacità di mitigare le controversie e le differenze educative. Molto spesso i genitori ed in particolare le mamme salgono sul piedistallo e dispensano regole educative, non capendo che ogni genitore fa del suo meglio per crescere i propri figli e che le realtà sono tutte differenti fra loro, per cui quello che è giusto per una famiglia non lo è per un’altra.

La paura di Francesco  è quella che si facciano male, male fisico, invece riguardo le delusioni o altro, Francesco è molto pragmatico e soprattutto realista, egli ritiene che queste fanno parte della vita,  debbano esserci, anzi egli dice proprio:- Ben venga che ci siano!

Francesco ha una speranza molto bella,  che i suoi figli siano migliori di lui, soprattutto nell’affrontare il mondo, che abbiano una prospettiva lavorativa differente. Francesco vorrebbe che andassero all’estero, dove il mondo è più meritocratico.

Anche nelle difficoltà del quotidiano si rispecchia il pragmatismo e l’umanità di Francesco, egli trova difficile  giocare con i suoi figli. Anche in questo riesco a rispecchiarmi in lui, lavorare da casa non è semplice anche se spesso gli altri ci invidiano. Francesca racconta:- Io lavoro da casa, per cui oltre a non riuscire a staccarmi mentalmente dal lavoro anche proprio il gioco, ad esempio se devo giocare a monopoli mi scoccio, mentre se siamo fuori diventa più facile.

Ciò che sottolinea Francesco nella sua seconda esperienza da genitore è l’essersi affrancato dai timori tipici di chi è alle prime armi.

Con il secondo figlio non c’è stata la stessa mole emozionale, non che sia stato meno importante, anzi, ma il carico emotivo del non saper fare non l’abbiamo vissuto è stato meglio così. Ti faccio qualche esempio, il primo figlio non dorme, è più ansioso perché ha vissuto tutto il carico emotivo nostro, del non sentirci adeguati. Il secondo invece no, sarà anche un fatto caratteriale, ma molto è dovuto anche dal fatto che non ha vissuto le nostre ansie. Francesco tiene a voler dire a chi sta affacciandosi al mondo genitoriale di non spaventarsi rispetto al carico di cose che bisogna fare. Che tutto ciò che accade è pesante ma passeggero, di non preoccuparsi delle emozioni contrastanti che sono umane. E’ stata molto piacevole la chiacchierata con Francesco, ho trovato una persona dalla forte carica emotiva e un gran narratore, che ha molto facilitato il mio compito, ci siamo lasciati con la prospettiva di risentirci ancora. Io saluto Francesco e saluto voi. Alla prossima!

 

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Io e i social media, l’avventura di una mamma psicologa

Non sono mai stata una grande fan del mondo social, ricordo ancora quando un mio amico di Londra mi fece l’invito per Facebook, invito che declinai cordialmente. Successivamente una mia cara amica dei tempi dell’Università mi inviò anche lei una richiesta ed accettai. Mi sembrava un bel modo per restare in contatto e vedere i nostri cambiamenti, cosa facevamo e se i nostri sogni si fossero realizzati. Non avrei mai pensato all’evoluzione che i social avrebbero avuto nel tempo. Sono diventati parte quotidiana della vita di tutti e spesso a discapito dei rapporti veri. Io posso comprendere una relazione a distanza fra amici che abitano in città differenti, ma non capirò mai le relazioni fra coloro che abitano a pochi passi. I social posso facilmente diventare da strumenti per avvicinarsi a strumenti per alienarsi ed essere più soli. Sono tutti i giorni sui social perché per me sono diventati parte del mio lavoro e confesserò che i primi tempi facevo una gran fatica, oggi cerco di esserci il giusto, cercando di incastrare la mia vita di tutti i giorni, la mia professione di psicologa e quella di blogger. Ciò che mi piace dei social è la condivisione vera e sincera, gli applausi per i risultati altrui fatti con coerenza e con capacità. Ciò che non amo del mondo social è l’arroganza di molti, i toni alti che si sentono nonostante le parole siano scritte e non dette, ma più di tutto quello che non amo è la mancanza di originalità. Questa la riscontro soprattutto in molti blog, tutti copiano tutto, non fai in tempo a scrivere qualcosa che dopo qualche giorno trovi i vari cloni, lo trovo davvero triste. Chi fa ciò forse pensa di essere furbo, per me è solo sciocco. Però il mondo social va avanti comunque e se inizialmente un po’ mi arrabbiavo per i miei cloni, oggi penso che siano un monito per fare sempre meglio. Nella vita di tutti i giorni sono una persona coerente e non sono amica di tutti, allo stesso modo lo sono nei social, anche se ho trovato delle grandi amiche, delle blogger che sono davvero in gamba e che vorrei averle come amiche nella vita di tutti i giorni. Alcune di loro fanno delle foto bellissime, una su tutte Maria Sole Racca, che nel tempo è diventata una mia grande amica. Amo la fotografia e non potrei essere invidiosa delle sue foto e della sua bravura, c’è tanto lavoro dietro e quando la bravura è unita al lavoro non si può che ammirare. Cosa condivido di me sui social? Quello che sono, non mi nascondo, ma di certo non vado a scrivere se ho litigato con una amica oppure mio marito. Parlo delle mie patologie e questo spesso è stato frainteso. Io credo che ci sia un’abissale differenza fra il raccontarsi e il dire i fatti propri. Io sono trombofiliaca e fibromialgica, due patologie che hanno segnato profondamente la mia vita. Sono il motivo per il quale ho deciso che non avrei avuto più figli oltre Maya. In particolare la trombofilia è stato l’ago della bilancia. Io ne parlo sui social e nel mio blog perché so cosa significa vivere con queste patologie ma so anche il rischio che si corre identificandosi esclusivamente con esse. Attraverso la mia esperienza provo a dire agli altri che si può essere felici e sereni nonostante tutto, che noi non siamo una malattia ma che questa fa comunque parte della nostra vita. Accettarlo è il passo principale che ci farà andare avanti e vivere sereni. Quello che posso dire a chi mi segue è:-

Non mollare, vai avanti e se proprio non ce la fai chiedi aiuto. Siamo esseri umani e in quanto tali abbiamo limiti e imperfezioni, ma insieme si possono fare grandi cose. Alla prossima!

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Alex una vita a colori

Ho conosciuto Alex in rete, abbiamo iniziato un continuo e proficuo scambio di opinioni.  Avevo voglia di raccontare di una mamma adottiva ed è arrivata lei. Mi aveva colpito la sua storia di adozione e le ho chiesto di contattarmi. Mi era piaciuto il suo pragmatismo, l’ironia e soprattutto, l’onestà intellettuale.  Queste caratteristiche potete osservarle fin da subito, dalla foto che abbiamo scelto per introdurvi nel suo mondo e da come parla di se e della sua famiglia.

Ben venuti nel mondo di Alex. 

Ricordi cosa hai provato quando hai scoperto che saresti diventata mamma?

Sono Alessandra, mamma adottiva e autrice del blog “Come Vivere A Colori”. È difficile spiegare a parole l’emozione che provai il giorno che arrivò la tanto attesa “telefonata”. Ed è altrettanto difficile raccontare il groviglio di pensieri, eccitazione, ansia, commozione che si impadronì di me quando mi raccontarono la storia delle mie figlie. La stessa cosa è successa a mio marito, perché nell’adozione la gravidanza è vissuta dalla coppia in maniera assolutamente identica.  Non ho mai partorito un figlio, non so cosa si provi “fisicamente”, ma so per certo cosa si vive psicologicamente e affettivamente. Ed è un’esperienza unica!

Ciò che colpisce di Alex è la serenità con cui si racconta e la solidità di una persona risoluta che non si perde in chiacchiere. E’ bello scorgere nel suo racconto la complicità con il marito e la compattezza della coppia. Il termine mamma, infatti, la fa pensare a lei e al marito, tanto da farle affermare:-Se mi dici mamma/papà penso a me e mio marito, ai nostri genitori, alle coppie di amici che hanno figli biologici o adottivi. Per me, essere mamma, è una grande sfida. Lo è stata all’inizio e lo è ancora adesso. Ogni giorno imparo (o perlomeno ci provo) a fare il genitore.

Non  c’è qualcosa che avrebbe voluto sentirsi dire, ma di sicuro anche lei è stata bersaglio di frasi sciocche al suo divenire mamma. La rivalità fra donne e soprattutto, fra mamme non l’ha risparmiata, tanto da dire:- Quando sono diventata mamma ne ho sentite di cotte e di crude. L’adozione è ancora un argomento poco conosciuto e la curiosità, o anche solo l’ignoranza, spesso spinge le persone a fare domande spesso inopportune, se non addirittura poco piacevoli. Ci hanno pensato le sue cucciole e il prenderle in braccio a darle tanta gioia. In quell’istante ha provato una gioia e un appagamento difficili da spiegare. Alex testimonia quanto l’essere risoluti e saldi non significhi essere freddi, è una donna di grande maturità affettiva, che si emoziona e gioisce, senza perdere la sua lucidità intellettuale. Fra i suoi ricordi più belli e le sue emozioni più forti c’è l’essersi sentita chiamare mamma per la prima volta dalle sue bimbe. Mamita per l’esattezza… Come lei stessa racconta.

Se mi dici mamma, mi viene in mente la prima volta che udii questa parola uscire dalle splendide labbra carnose delle mie figlie… e fu un tuffo al cuore.
Alex, tuttavia, è pur sempre un essere umano, con le sue paure ed i suoi dubbi ed anche lei ha paura di sbagliare, forse questo è il suo timore più grande e racchiude la consapevolezza di quanto sia difficile essere mamme e per certi versi lo è ancora di più quando si adottano dei bambini. Non è un luogo comune, ma adottare con consapevolezza, come nel caso di Alex racchiude sempre il timore di sbagliare e come lei ci ricorda:-Loro (le sue bimbe)non meritano altri sbagli. Fra le sue difficoltà vi è il voler avere sempre il controllo su tutto. E come ella riconosce è un suo limite, ma Alex ha anche tante speranze per le sue bimbe, le racconta così:- Spero che le mie figlie, una volta cresciute, sappiano affrontare il mondo e la vita serenamente e con consapevolezza.  E spero che questo avvenga anche grazie ai miei sforzi, oltre che ai miei errori. 
E’ stato un vero onore e un grande piacere raccontarvi di Alex, ho cercato di entrare in punta di piedi nel suo mondo, come nel mondo di tutte le mamme perché c’è una cosa che non bisogna dimenticare mai:-
Le mamme hanno bisogno di ascolto e comprensione e non di giudizi.
Alla prossima!
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Perchè è inutile alzare la voce con i nostri piccoli

Non sempre è facile farsi ascoltare dai propri figli, ancor di più farsi ubbidire! A partire dai due anni i bambini sviluppano la propria identità che si discosta il più delle volte da ciò che un genitore si aspetta ed è qui che iniziano i problemi. I genitori spesso stanchi credono che per farsi ubbidire sia necessario urlare.

Vediamo insieme perché urlare non serve.

Alzare la voce è il modo più facile per non farsi ascoltare, questo perché il bambino si sente aggredito e di conseguenza si chiude finendo per non ascoltare ancora di più. Inoltre il sentirsi aggredito gli provoca rabbia che scatenerà quando meno ve lo aspettate. Pensateci bene tuttavia, è semplice la cosa, voi ascoltereste qualcuno che vi urla contro? Io no e voi?

COME FARSI UBBIDIRE DAI FIGLI SENZA URLARE

Le strategie per farsi ascoltare sono:

Dai poche e chiare regole.

Organizzati in modo che ogni membro della famiglia sappia qual è il suo compito.

Impara a gestire le tue emozioni. La capacità di farti ascoltare è legata alla capacità di controllare le tue reazioni. Ogni giorno da più parti siamo sempre sottoposti a pressioni, questo fa si che la soglia di sopportazione si abbassi sempre più. Impara a gestire lo stress e di conseguenza le tue reazioni questo è uno dei principali metodi per farsi ascoltare dai propri figli.

Utilizza un tono della voce pacato che permetta a tuo figlio di porsi nella condizione di ascolto.

Qualche consiglio in più

Per avere un figlio sereno fallo crescere indipendente. Questo non significa che tu debba essere distaccata, ma permettigli di esplorare il mondo che lo  circonda.  Lascialo fare da solo e se cade dagli la certezza che ci sarai per farlo alzare.

Ascoltalo sempre, anche quando gioca da solo, spesso è in quei frangenti  che fuoriescono le sue emozioni e la sua rabbia.

Rendilo responsabile, affidagli dei compiti, si sentirà più sicuro e non dovrai alzare la voce ogni volta che dovrai chiedergli qualcosa.

Sii presente emotivamente, fagli capire che lo comprendi. Questo non significa che devi assecondarlo, ma che devi fargli capire che comprendi le sue emozioni. Alla prossima!

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Non vuole fare il bagnetto, che fare?

Tutte le mamme, fin da quando sono incinte pensano al bagnetto  come ad uno dei momenti più teneri dell’esperienza di mamma. Il piccolo nasce, arriva il fatidico momento e qualcosa non va come previsto. Il piccolo non vuole fare il bagno e tu  mamma vai in ansia perché il momento tanto atteso è andato in fumo. La tua ansia sale sempre più e più sale la tua ansia più il bambino piange.  Ti senti sola, inadeguata ed incapace.

Che fare?

La prima cosa da fare è non insistere! Fermarsi anche se ciò fa male e procura dispiacere è la cosa migliore da fare. Questo perché nel tentativo di trovare la soluzione più fugace non farai altro che far innervosire tuo figlio. Ci sono alcuni bambini che hanno il timore dell’acqua e questo a maggior ragione se il parto non è stato dei più semplici. Tuttavia accade anche che un bambino che sia nato facilmente abbia timore dell’acqua, questo soprattutto se la madre in quel momento è ansiosa. La prima cosa da fare è fargli prendere confidenza con l’acqua in maniera sempre più dolce e delicata.

Vediamo insieme quali passi compiere.

Anzitutto spogliati delle tue ansie, ogni bambino è differente e se tuo figlio ha paura dell’acqua di certo non è colpa tua. In secondo luogo prepara una serie di strategie, la prima è costituita dalla tua presenza dolce e serena. I tuoi abbracci e le tue carezze, anche quando piangerà, potranno aiutarlo. So che è dura, la prima volta che ho fatto il bagnetto a Maya mi sono fatta aiutare da mio marito. Il mio terrore più grande era quello di far cadere Maya a terra. Spoglialo delicatamente e nel mentre accarezzalo, questo lo rassicurerà. Ovviamente prima di partire dovrai aver preparato tutto, acqua a temperatura, accappatoio, stufetta se è inverno, porte chiuse se è estate anche se magari potresti avere un po’ caldo. Spoglialo delicatamente e continua ad essere dolce e serena. Prova leggermente ad immergerlo nell’acqua, tenendolo stretto al tuo corpo se dovesse piangere, ma senza farti prendere dal panico e con la fretta di toglierlo dall’acqua. La tua serenità sarà la sua ancora di salvezza. Alcune volte può accadere che tuo figlio si aggrappi a te, allora puoi scegliere di immergerti con lui nell’acqua, in quell’istante per lui sarà come entrare nuovamente nel tuo grembo, sii serena, sii tranquilla e goditi questo momento. La tua calma lo aiuterà a rilassarsi. Vedrai che piano piano si lascerà andare e si farà cullare dall’acqua e dal tuo corpo. Tienilo sempre sul tuo corpo se questo lo rende sicuro, vedrai che con il trascorrere dei giorni riuscirà ad essere sempre più sereno e non importa se dovrai lavarti insieme, potrai usare questo momento come la vostra coccola speciale prima di andare a ninna. Non dimenticare di preparare anche le cose per te,  asciugamano, pantofole e tutto ciò che ti serve, così potrai essere pronta per uscire dall’acqua con lui e potrai continuare a rasserenarlo.  Continua a coccolarlo mentre lo asciughi e vedrai che dopo la sua ultima poppata ( che sia di seno o di biberon) il tuo piccolo potrà addormentarsi sereno.

Qualche consiglio in più

Non avere fretta che si abitui all’acqua, sii sempre serena e non sentirti in colpa, i bambini non sono tutti uguali, verrà anche il suo tempo per fare il bagnetto serenamente, approfitta di questi istanti per prenderti cura anche di te stessa. Alla prossima!

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Maria, chi si nasconde è perduto

Ciao mamme, ben ritrovate nella rubrica “Le vostre storie”.
Oggi incontriamo Maria di Cucina Serafina. Ho conosciuto Maria attraverso il gruppo “progetto blog” e piano piano la nostra conoscenza si è trasformata in una vera amicizia a distanza. Maria è una persona discreta che lotta ogni giorno contro l’ipocrisia del mondo. 
Benvenuti nel mondo di Cucina Serafina.
Ricordi cosa hai provato quando hai scoperto che saresti diventata mamma?
 
Si, perfettamente. Ho provato una grandissima paura, non solo per la responsabilità di genitore che stavo per ricevere, ma proprio una paura fisica di affrontare il parto. Paura che ho avuto in entrambe le mie gravidanze. Poi naturalmente a questa paura si affiancava la gioia e la curiosità di conoscere i miei figli.
Maria sente fortemente la responsabilità del suo ruolo, infatti, per lei essere mamma significa:- Responsabilità, vincoli ma sopratutto risate. Significa sacrifici nel crescere i propri figli. Nottate insonni, ansie, ma anche emozioni che nessuna cosa al mondo può regalarti di più.
Come in tutte le vostre storie, anche in quella di Maria non possono mancare i consigli non richiesti e le frasi inopportune, lei stessa dice:- Ho avuto tanti avvisi del tipo che la vita sarebbe cambiata, un po’ come quando ti mettono in guardia dal matrimonio. Ma non ci credi mai fino a quando una cosa non la provi in prima persona
La bellezza di Maria sta nel suo essere senza filtro, come i bambini. Non nasconde quello che prova, nel bene e nel male racconta quello che ha dentro e di cose dentro Maria ne ha tante, primo fra tutti la mancanza della sua mamma. Il suo primo ricordo è riferito proprio a lei, infatti, quando le chiedo cosa le fa venire in mente il termine mamma, lei non ci pensa due volte e in maniera candida mi risponde:-
 
Io penso alla mia mamma che non c’è più.
Maria è dolce, sensibile e per certi versi infantile, ma come dicevo prima, il suo infantilismo non significa immaturità, ma purezza d’animo. E’ così cara quando mi dice che prendendo il suo bimbo in braccio ha provato un’emozione indescrivibile mista a un senso di rilassamento nel constatare che tutto era andato bene. Fra le sue paure vi è quella delle malattie, sono il suo incubo peggiore, fra le sue speranze la felicità dei suoi figli, fra le sue difficoltà, l’educazione nel suo insieme.
La sincerità di Maria è disarmante e non ha paura di dichiarare che educare è difficile, soprattutto, quando si ha un figlio autistico. Non teme di dire che ha avuto paura anche nella seconda gravidanza e che la maturità  dell’esperienza già vissuta l’ha aiutata tanto. C’è tanto da imparare da Maria, primo fra tutti il non nascondersi. Alla prossima!
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